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Il Bodhisattva nel mondo moderno: Tew Bunnag su compassione, coraggio e il potere di restare umani

Nelle prime due conversazioni con Tew Bunnag abbiamo esplorato il suo percorso di vita e di pratica, e successivamente il modo in cui paura, lutto e sofferenza possono trasformarsi in forza interiore e pace del cuore. In questo terzo incontro il dialogo si apre a una domanda ancora più ampia: come possiamo vivere pienamente in un mondo attraversato da conflitti, crisi e divisioni senza chiuderci, senza diventare cinici e senza perdere il contatto con ciò che è essenziale?

Per rispondere, Tew introduce una figura centrale della tradizione buddhista Mahayana: il Bodhisattva.

Ma fin dalle prime parole chiarisce che non si tratta di un ideale religioso riservato a pochi eletti. Per lui il Bodhisattva rappresenta una possibilità profondamente umana e universale. Non è qualcuno che si considera illuminato, né qualcuno che pretende di salvare il mondo. È piuttosto una persona che continua a coltivare consapevolezza, compassione e coraggio nel mezzo della vita quotidiana.

Nel corso dell’intervista emergono temi estremamente attuali: la differenza tra aiutare e servire realmente, il rapporto tra paura e desiderio, il rischio del burnout per chi si prende cura degli altri, la natura autentica della compassione e il ruolo fondamentale del corpo come veicolo di trasformazione.

Ne nasce una riflessione profonda sul significato di essere umani in un’epoca in cui la tecnologia cresce rapidamente, ma spesso perdiamo il contatto con il cuore, con il corpo e con la nostra interconnessione con la vita.

Il Bodhisattva nel mondo moderno

Cos’è un Bodhisattva?

Evi: Molte persone considerano il Bodhisattva una figura quasi mitica e irraggiungibile. Come lo descriveresti a qualcuno che non sa nulla di buddhismo?

Tew: Vorrei quasi poter rispondere senza utilizzare la parola stessa, perché “Bodhisattva” è un termine buddhista profondamente radicato in una tradizione che può sembrare lontana dalla sensibilità occidentale. Tuttavia, credo che il significato che racchiude sia straordinariamente attuale e universale.

“Bodhi” viene spesso tradotto come saggezza o illuminazione, ma queste traduzioni sono limitate. Per me significa soprattutto consapevolezza, coscienza, un sapere che non è intellettuale né concettuale. È una conoscenza che nasce dall’essere stesso. Questa coscienza non appartiene solo agli esseri umani. È presente negli animali, negli alberi, nella natura. È qualcosa di più grande della nostra identità personale.

“Sattva” significa essere.

Perciò un Bodhisattva è un essere permeato da questa coscienza. Un essere che vive in contatto con questa dimensione profonda della vita. Ciò che mi sta particolarmente a cuore è che questa non è un’idea esclusivamente buddhista. È una possibilità universale. Uno dei miei primi maestri utilizzava l’espressione “guerriero spirituale”, una definizione che ho sempre amato. Non è una traduzione letterale di Bodhisattva, ma ne esprime molto bene lo spirito.

La parola “guerriero” crea un paradosso interessante. Siamo abituati a immaginare il guerriero come qualcuno che combatte, conquista, distrugge o elimina il nemico. Il guerriero spirituale, invece, è qualcuno che si impegna a non fare del male e a contribuire alla guarigione e alla pace. Occorre molto più coraggio per vivere in questo modo che per combattere una guerra.

Un vero guerriero spirituale sostiene gli altri, coltiva la compassione e cerca di vivere senza arrecare danno. Questa è la qualità che considero al centro del cammino del Bodhisattva.

Cosa fa un Bodhisattva nel mondo moderno?

Evi: Che cosa fa concretamente un Bodhisattva nella vita quotidiana?

Tew: Beve caffè. Beve vino… Non fa nulla di speciale. E questo è importante da comprendere. Uno dei rischi quando si parla di Bodhisattva è trasformarlo in un’etichetta. Dire: “Io sono un Bodhisattva”. Oppure immaginare che esista una sorta di lista di comportamenti da seguire per diventarlo. Non funziona così. Non si tratta di raggiungere un particolare stato dell’essere o di conformarsi a un modello prestabilito.

Si tratta piuttosto di esplorare il potenziale della propria umanità.

La vera domanda è: come possiamo vivere bene? Come possiamo vivere con integrità? Come possiamo essere onesti e coraggiosi senza fare del male agli altri e contribuendo al loro benessere?

Nella tradizione si parla delle dieci qualità del guerriero spirituale: generosità, rettitudine, dignità, rinuncia, saggezza, energia, pazienza, veridicità, determinazione, amorevole gentilezza, equanimità e coraggio.

Ma non sono qualità da collezionare. Non possiamo dire: “Sono generoso, quindi ho superato quella prova. Sono paziente, quindi ho completato il livello successivo.” Queste qualità sono domande vive. Ogni giorno ci invitano a osservare il nostro comportamento, le nostre scelte e le nostre motivazioni. Essere un Bodhisattva significa mantenere questa indagine aperta.

Qual è la differenza tra voler aiutare e incarnare realmente lo spirito del Bodhisattva?

Evi: Molte persone desiderano aiutare gli altri. Qual è la differenza tra questo desiderio e incarnare veramente lo spirito del Bodhisattva?

Tew: Conosco molte persone che vivono come autentici Bodhisattva senza utilizzare questa parola e senza appartenere a nessuna tradizione spirituale. Penso a Jane Goodall. Penso a molte persone incontrate nelle baraccopoli di Bangkok durante il mio lavoro. Persone che non recitavano mantra, non studiavano testi spirituali e non parlavano di compassione. Semplicemente la vivevano.

La differenza è che non basta voler essere una certa persona. Bisogna vivere ciò che si afferma di essere. Bisogna metterlo in pratica. E questo richiede coraggio.

Le persone che dicono la verità a chi detiene il potere, che operano nelle zone di guerra, che si prendono cura dei più vulnerabili senza cercare riconoscimento, stanno incarnando questo spirito. La maggior parte di loro non si considera speciale. Anzi, spesso si sente impotente. Si chiede perché esistano ancora guerre, sofferenza e ingiustizie.

Una definizione moderna del Bodhisattva che mi ha colpito molto dice:

“Un Bodhisattva è qualcuno profondamente innamorato di un mondo che non può aggiustare.”

Trovo questa frase meravigliosa. Perché descrive perfettamente il paradosso. Continui a fare del tuo meglio, sapendo che non salverai il mondo. Non lo fai per ottenere approvazione, prestigio o riconoscimento. Lo fai per amore. Ed è questo amore che alimenta il cammino.

Il Bodhisattva nel mondo moderno sarebbe riconosciuto?

Evi: Come apparirebbe un Bodhisattva nel mondo moderno? Sarebbe riconosciuto oppure passerebbe inosservato?

Tew: Credo che la maggior parte dei Bodhisattva passerebbe completamente inosservata. E penso che questo sia proprio il punto. Naturalmente esistono persone che, per circostanze particolari, diventano figure pubbliche e hanno una grande influenza. Jane Goodall è un esempio meraviglioso. Ancora oggi continua a ispirare migliaia di giovani a coltivare speranza, responsabilità e amore per la vita.

Ma la maggior parte dei Bodhisattva che ho incontrato non era famosa. Erano persone normali. Persone che facevano il proprio lavoro con amore e integrità, che aiutavano gli altri senza cercare riconoscimento. Persone che continuavano a fare ciò che ritenevano giusto anche quando nessuno le guardava. Questo è importante. Non c’è una medaglia, non c’è un distintivo. Non c’è alcun bisogno di essere visti.

Semplicemente continui a ricordarti del cammino e continui a percorrerlo. In silenzio.

Quali sono i maggiori ostacoli a un cuore aperto?

Evi: Cosa impedisce alle persone di vivere con il cuore aperto?

Tew: La paura. Prima di tutto la paura. Nella mia formazione buddhista si parla della paura come di una delle radici profonde della sofferenza umana. L’altra è il desiderio. Ma paura e desiderio sono strettamente collegati. Desideriamo continuamente diventare qualcuno che non siamo, ottenere qualcosa che non abbiamo, possedere di più, essere più importanti, più sicuri, più riconosciuti. Ma dietro tutto questo c’è quasi sempre la paura.

La paura di non essere abbastanza, la paura di essere nessuno, la paura della perdita, la paura della malattia, la paura della morte, la paura del rifiuto.

Così costruiamo continuamente un’identità che tenta di proteggerci da queste paure. Ma questa costruzione diventa essa stessa fragile e spaventata. A un certo punto del cammino dobbiamo imparare a guardare direttamente la paura. Quando ci chiediamo perché non siamo stati generosi. Perché non siamo stati sinceri. Perché abbiamo tradito qualcosa che nel profondo sapevamo essere vero.

Molto spesso la risposta è semplice: perché avevamo paura.

Non si tratta di giudicarci. Si tratta di svegliarci. Di vedere chiaramente cosa ci ha impedito di seguire ciò che il cuore già conosceva.

Come prenderci cura degli altri senza esaurirci?

Evi: Come possiamo continuare a prenderci cura degli altri senza cadere nel burnout?

Tew: È una domanda molto importante. Ho incontrato molti Bodhisattva tra i medici, gli infermieri e gli operatori sociali con cui ho lavorato negli anni. E ho visto molti di loro esaurirsi. Spesso perché non sapevano come prendersi cura di se stessi. Ma anche perché viviamo in un mondo che genera continuamente tensione, pressione e sofferenza. In un certo senso il burnout è quasi naturale.

Quando si è profondamente sensibili alla sofferenza del mondo, prima o poi si viene toccati.

La pratica spirituale non elimina questa possibilità. Ma può aiutarci a prevenirla e, soprattutto, a guarire quando accade. Ho visto persone straordinarie esaurirsi completamente. Persone che facevano un lavoro meraviglioso per gli altri e che, una volta esaurite, non avevano nessuno che si prendesse cura di loro. Alcune hanno lasciato il proprio lavoro. Altre sono diventate ciniche, altre ancora si sono indurite. È comprensibile.

Ma è qui che la pratica diventa fondamentale. Anche io a volte cado nello sconforto. Guardo il mondo e vedo nuove guerre, nuovi bambini senza casa, nuove forme di sofferenza. Come potrei non esserne toccato? L’equanimità non significa osservare tutto da lontano senza sentire nulla. Al contrario. Più diventiamo consapevoli, più diventiamo sensibili. Più siamo aperti, più sentiamo.

La vera sfida è non trasformare questo dolore in rabbia e odio. Perché nel momento in cui cadiamo nell’odio diventiamo parte del problema. Aggiungiamo altra rabbia a un mondo che ne è già pieno. E nel farlo consumiamo noi stessi. Questo richiede una vigilanza continua. Ogni volta che scivoliamo nella disperazione, nella rabbia o nel risentimento possiamo chiederci: “Sto contribuendo alla guarigione del mondo oppure sto aggiungendo altra sofferenza?”

Cos’è veramente la compassione?

tew bunnag - accompagnare

Evi: Molte persone confondono la compassione con il sacrificio di sé o con il compiacere gli altri. Cos’è realmente la compassione? È possibile essere compassionevoli e dire di no?

Tew: La compassione nasce dall’empatia. L’empatia è la capacità di percepire il dolore dell’altro. È qualcosa di innato. La vediamo nei bambini molto piccoli. Vediamo un bambino accorgersi che qualcuno soffre e cercare spontaneamente di aiutare. È qualcosa che esiste naturalmente in noi.

Possiamo percepire il dolore di un altro essere umano, possiamo percepire il dolore di un animale, possiamo sentire quando qualcosa non va. La compassione nasce da qui. Nasce dal desiderio di alleviare quella sofferenza. Il problema sorge quando pensiamo che la compassione debba essere prodotta dal nostro piccolo io. Quando diciamo: “Devo salvare questa persona.” “Devo risolvere questo problema.” “Devo fare qualcosa.”

A quel punto tutto diventa molto complicato. Perché se l’altro non cambia, se l’altro non risponde, se l’altro continua a soffrire, anche noi iniziamo a soffrire. Possiamo diventare frustrati, possiamo ritirare il nostro amore, possiamo esaurirci.

Per me la vera compassione non nasce dal piccolo sé. Nasce da qualcosa di molto più grande. La compassione è una qualità universale. È una manifestazione della stessa coscienza che connette ogni forma di vita. Quando diventiamo canali di questa forza, invece di cercare di produrla personalmente, qualcosa cambia. La compassione continua a fluire, l’empatia rimane viva, la connessione rimane viva. E possiamo continuare ad amare senza consumarci.

Come coltivare le qualità del Bodhisattva nella vita quotidiana?

Evi: Come può una persona comune sviluppare queste qualità nella propria vita?

Tew: Idealmente tutto dovrebbe iniziare nell’infanzia. Attraverso un’educazione che insegni ai bambini a riconoscere il proprio cuore. Come ti senti quando muore il tuo gatto? Come ti senti quando soffre una persona che ami? Come ti senti quando qualcuno è triste? Queste domande sono importanti quanto la matematica o la grammatica. Eppure raramente vengono poste.

La nostra educazione è principalmente orientata alla produttività. Ci prepara a lavorare, a guadagnare denaro, a inserirci nel sistema.

Ma il cuore viene spesso trascurato. L’empatia viene trascurata. La compassione viene trascurata. Eppure sono proprio queste qualità a renderci veramente umani. Per me tutto parte dal mantenere viva la connessione con il cuore. Il cuore è la porta. È il luogo attraverso cui la compassione entra nella nostra vita. Quando manteniamo aperta questa connessione, tutte le altre qualità crescono naturalmente.

Il cuore sa.

La mente spesso si confonde. La mente crea divisioni. Dice: questa persona è diversa da te. Questa persona è il nemico. Questa persona non merita il tuo amore.

Ma il cuore non ragiona in questo modo. I bambini piccoli non sono razzisti. Non odiano chi è diverso. Queste cose vengono insegnate. Per questo è sempre possibile tornare al cuore. Anche da adulti. Anche dopo molti anni. È sempre possibile.

Se non abbiamo ricevuto questa educazione, da dove possiamo iniziare?

Evi: Quale sarebbe il primo passo concreto che suggeriresti a qualcuno che vuole iniziare questo cammino oggi?

Tew: Gentilezza. Semplicemente gentilezza. C’è una storia che mi piace molto. Henry James, il grande scrittore, fu interrogato da suo nipote. Il ragazzo lo ammirava enormemente e gli chiese:

“Se dovessi lasciare un solo consiglio per la vita, quale sarebbe?” Henry James rispose: “Sii gentile.” Poi aggiunse: “Sii gentile.” E infine: “Sii gentile.”

Penso che contenga tutto. La gentilezza è molto più profonda di quanto immaginiamo. Non viviamo in un mondo particolarmente gentile. Spesso facciamo fatica persino a essere gentili con le persone che amiamo. Eppure la gentilezza ha una qualità straordinaria. Se la coltivi sinceramente, ti conduce naturalmente alla generosità. Ti conduce all’onestà, ti conduce al sacrificio, ti conduce alla pazienza, ti conduce alla compassione.

È come una porta d’ingresso. Per questo direi di iniziare da lì. Non con grandi ideali. Non con progetti grandiosi. Con la gentilezza.

Cosa ti ha insegnato il lavoro con bambini e persone traumatizzate?

Abbraccio: quando il corpo diventa casa, confine e cura

Evi: Hai lavorato per decenni con rifugiati, bambini abusati e persone profondamente traumatizzate. In che modo lo spirito del Bodhisattva ti ha sostenuto?

Tew: Mi ha aiutato a restare sveglio. A non dimenticare ciò che conta davvero. E allo stesso tempo sono state quelle persone ad aiutare me. Molto più di quanto io abbia aiutato loro. Mi hanno dato un profondo senso di connessione. Mi hanno dato un senso di essere vivo. Non nel senso di dover fare qualcosa. Ma nel senso di partecipare alla vita.

Ricordo ancora i bambini che arrivavano al centro di Bangkok. Molti erano stati abusati. Altri erano stati abbandonati. Altri ancora vivevano per strada. Erano profondamente traumatizzati. E poi, lentamente, vedevi qualcosa riaccendersi. Li vedevi ricominciare a giocare, a parlare, a cantare, a danzare, a sorridere. E quella gioia… Quella gioia è infinitamente più profonda di qualsiasi soddisfazione materiale. Molto più profonda di comprare qualcosa di nuovo. Molto più profonda di qualsiasi successo.

Quando vedi qualcuno ritrovare la vita, qualcosa dentro di te si riempie. Non è una questione di scopo nel senso ordinario. È una questione di connessione. La gioia di contribuire al benessere di un altro essere vivente. Non conosco nulla di più significativo.

Come rispondere alle crisi del mondo?

Evi: Viviamo in un’epoca segnata da guerre, divisioni e crisi globali. Come possiamo rispondere senza perdere il cuore?

Tew: Continuando a essere gentili. E conservando anche il senso dell’umorismo. L’umorismo mi ha aiutato molto nella vita. È una forma di saggezza. È collegato alla pazienza. Perché ci ricorda che non possiamo controllare tutto. Spesso ci comportiamo come se dovessimo sistemare il mondo. Come se tutto dovesse andare secondo i nostri piani. Ma il mondo non funziona così. C’è una frase che ho citato prima e che continua a sembrarmi importante: “un Bodhisattva è innamorato di un mondo che non può aggiustare”.

Questo non significa arrendersi. Significa continuare a fare ciò che possiamo fare. Continuare a servire, continuare a contribuire, continuare a piantare semi. Molte persone oggi cercano uno scopo. E lo scopo non è qualcosa che si trova pensando. Lo scopri vivendo, lo scopri facendo, lo scopri mettendoti al servizio di qualcosa che va oltre il tuo interesse personale.

Quando trovi questo, la vita acquista una direzione. E puoi continuare anche quando i risultati non arrivano. Anche quando il mondo sembra peggiorare. Perché non sei più attaccato al risultato. Se sei attaccato al risultato soffrirai inevitabilmente. Guarderai il mondo e penserai che tutto stia andando nella direzione sbagliata. E forse è vero. Ma il tuo compito non è controllare il mondo. Il tuo compito è continuare a fare del tuo meglio. Con pazienza, con amore. Con perseveranza.

Quando hai compreso davvero il significato del voto del Bodhisattva?

Evi: C’è stato un momento preciso della tua vita in cui hai compreso veramente il significato di questo cammino?

Tew: È successo alla fine del periodo più turbolento della mia giovinezza. Negli anni Sessanta incontrai Dhiravamsa, il mio secondo maestro. Fu lui a introdurmi ai voti del Bodhisattva. Ricordo ancora la prima volta che li recitammo insieme. Lui li traduceva, li spiegava. Mostrava i diversi livelli di significato. E mentre ascoltavo ebbi una sensazione molto forte. Mi resi conto di quanto fossi lontano da tutto questo. Ricordo perfino un certo imbarazzo.

Pensavo: “Non vivo affatto così.” “Mi manca quasi tutto.”

Ma allo stesso tempo ne fui profondamente attratto. Perché rappresentava una sfida autentica. Non un ideale astratto. Una direzione. Ancora oggi non posso dire di essere arrivato da qualche parte. Sto ancora camminando. Ed è proprio questo il punto. La spiritualità non riguarda il proclamare di essere diventati qualcosa. Riguarda il continuare ad avvicinarsi, continuare a lavorare, continuare a imparare, continuare a crescere.

Penso anche che ogni persona che si impegna sinceramente in questo processo non lo faccia soltanto per sé. In qualche modo contribuisce al tutto. Contribuisce alla coscienza collettiva. Non servono grandi movimenti. Non serve convincere il mondo intero. Basta continuare il lavoro. Silenziosamente.

Hai mai pensato di abbandonare il cammino?

Evi: C’è stato un momento in cui hai sentito il desiderio di rinunciare?

Tew: Sì. Più di una volta. Ho attraversato il burnout. Ero un giovane padre, insegnavo, vivevo in comunità. Cercavo di essere una persona compassionevole. Cercavo di essere un buon insegnante, cercavo di essere utile. E semplicemente non ce la facevo più. Ero esausto. Completamente esausto.

Guardando indietro, capisco che stavo cercando di fare tutto partendo da me. Dalla mia energia, dalle mie forze, dalla mia volontà. Fu proprio il burnout a insegnarmi qualcosa di essenziale. Compresi che non dovevo generare tutto personalmente. Che potevo diventare un canale. Che la compassione non doveva essere prodotta. Doveva essere lasciata passare. Da quel momento qualcosa cambiò. Compresi che potevo essere molto focalizzato nell’intenzione senza essere rigido nello sforzo. Potevo rilassarmi. Potevo smettere di cercare continuamente di dire la cosa giusta, fare la cosa giusta o insegnare perfettamente. E allo stesso tempo restare profondamente impegnato. Questa è stata una lezione enorme.

Chi sono stati i Bodhisattva della tua vita?

Evi: Quali persone hanno incarnato per te questo spirito?

Tew: Potrei nominarne moltissime. Ma curiosamente non sono persone famose. La maggior parte sono persone che ho incontrato lavorando nelle baraccopoli. Persone che nessuno conosce. Persone che semplicemente servivano. Una di queste è Usanee. È infermiera. Oggi dirige il Mercy Centre in Thailandia. Aveva tutte le possibilità di costruirsi una carriera importante. Aveva studiato a Londra. Avrebbe potuto scegliere una vita molto diversa. Invece ha deciso di tornare nelle baraccopoli da cui proveniva. Ha dedicato la sua vita alle persone più vulnerabili. Durante gli anni più duri dell’epidemia di AIDS lavorammo insieme. Accoglievamo persone che arrivavano semplicemente per morire. Bambini, adulti, famiglie. E lei era lì. Giorno dopo giorno. Con una naturalezza straordinaria. Con gentilezza, con compassione. Senza cercare alcun riconoscimento.

Quando penso a un Bodhisattva, penso a persone come lei.

Se qualcuno decidesse domani di vivere come un Bodhisattva, quale sarebbe il primo passo concreto?

Un’intervista intensa di Tew Bunnag sulla “pace nel cuore”: come paura e lutto segnano la nostra vita, e come pratiche corporee, spirituali e condivise possono trasformarli in energia vitale e benessere autentico.

Evi: Se una persona decidesse domani mattina di intraprendere questo cammino, da dove dovrebbe iniziare?

Tew: Probabilmente sono un po’ di parte, perché gran parte del mio lavoro consiste proprio nel cercare di trasmettere questo spirito. Molte persone arrivano da me dicendo: “Sono depresso.” “Sono bloccato.” “Sono stanco della mia vita.” “Sono pieno di ansia.”

Molto spesso, dietro queste parole, vedo una profonda disconnessione. Una disconnessione da se stessi, una disconnessione dagli altri, una disconnessione dalla vita.

Per questo una delle prime cose che suggerisco è sorprendentemente semplice: fai qualcosa per qualcun altro. Aiuta un vicino. Aiuta un familiare che sta soffrendo. Fai volontariato. Offri il tuo tempo. Fai qualcosa che ti porti fuori dal piccolo spazio mentale in cui sei rinchiuso. Per una persona che vive costantemente immersa nei propri problemi, questo può essere già una grande sfida. Perché la mente continua a girare attorno alle stesse storie: “Sono arrabbiato.” “Sono ferito.” “Sono preoccupato.” “Sono ansioso.”

Ma quando inizi ad aiutare qualcuno, accade qualcosa. Lo sguardo si allarga. Ricominci a ricordarti che non sei separato dagli altri. Ho visto questo accadere molte volte. Persone che arrivavano al centro in condizioni emotive molto difficili e che, attraverso il servizio, ritrovavano lentamente vitalità e significato. Questo non risolve tutti i problemi. Ma apre una porta. Ci ricorda che siamo parte di qualcosa di più grande. E credo che questo sia davvero il primo passo. Non limitarsi a pensare. Agire. Fare qualcosa. Anche qualcosa di molto piccolo. Raccogliere fondi per chi soffre. Collaborare con una banca alimentare. Aiutare una persona anziana. Offrire ascolto. Qualunque cosa. Ma fare qualcosa. Non restare immobili a lamentarsi del mondo.

Come possiamo incarnare la compassione nel corpo?

Evi: Possiamo comprendere la compassione come idea. Ma come possiamo viverla attraverso il corpo, il movimento e il respiro?

Tew: Ora stiamo entrando in un territorio che mi appassiona molto. Per me la risposta è semplice: attraverso la fascia. Attraverso il tessuto connettivo. Credo che il tessuto connettivo sia molto più importante di quanto la cultura occidentale abbia compreso finora. Per molto tempo abbiamo immaginato che la coscienza fosse esclusivamente nella mente. Che tutto accadesse nel cervello. Ma non è così. Il corpo è cosciente. Il corpo sa, il corpo ricorda. La compassione stessa è presente nel corpo. Non è soltanto un concetto mentale. Per questo il lavoro corporeo è così importante.

Quando tocchi la terra, per esempio, puoi farlo meccanicamente oppure puoi realmente sentire il contatto. Puoi percepire la relazione. Puoi sentire che non sei separato da ciò che stai toccando. Questa esperienza non nasce dalla mente. Nasce dal corpo. Nasce dal sistema fasciale. Per me il corpo può diventare un autentico veicolo di risveglio. E forse dovremmo smettere di parlare di corpo e spirito come se fossero due cose separate.

Il corpo è spirito.

Lo spirito si manifesta attraverso il corpo. Quando parliamo di perdono, ad esempio, molte persone pensano che basti una decisione mentale. Dicono: “Ho perdonato.” Ma poi il corpo racconta una storia diversa. Incontrano quella persona e immediatamente si irrigidiscono. Si contraggono, si agitano, si chiudono. Questo significa che il perdono non è ancora arrivato nel corpo. La trasformazione deve coinvolgere l’intero essere. Non può rimanere soltanto nella mente. La fascia e la coscienza Negli anni a venire credo che assisteremo a una comprensione molto più profonda del ruolo della fascia.

Oggi la fascia viene sempre più considerata un organo a tutti gli effetti. Un organo intelligente, sensibile. Per me questo è estremamente significativo. Perché conferma qualcosa che molte tradizioni antiche conoscevano già.

Nella medicina cinese, ad esempio, queste intuizioni esistono da migliaia di anni. Stiamo semplicemente iniziando a riscoprirle. Le nostre memorie vivono nel corpo. Le nostre ferite vivono nel corpo. I nostri traumi vivono nel corpo. Le nostre emozioni vivono nel corpo. E la fascia sembra essere uno dei grandi sistemi attraverso cui queste informazioni vengono mantenute e trasmesse. Per questo il movimento può diventare una pratica di trasformazione. Non stiamo semplicemente muovendo muscoli. Stiamo dialogando con la nostra storia, con la nostra memoria, con la nostra coscienza.

La vibrazione: il linguaggio dimenticato della vita

Tew: Un altro tema che considero sempre più importante è quello della vibrazione. Per molti anni, quando si parlava di vibrazione, si veniva considerati dei sognatori. Sembrava un linguaggio poco serio. Oggi sappiamo che ogni cellula del nostro corpo vibra. E se le cellule vibrano, allora vibra l’intero organismo. La vera domanda diventa: come integriamo questa comprensione nella vita? Come integriamo la vibrazione nella guarigione? Come integriamo la vibrazione nella nostra relazione con gli altri? Come integriamo la vibrazione nel modo in cui viviamo?

Mi interessa molto più questa domanda che non le discussioni teoriche sulla spiritualità. Perché possiamo leggere centinaia di libri. Possiamo accumulare concetti. Possiamo imparare molte idee.

Ma la domanda fondamentale rimane: Come vibriamo? Come vibriamo la gentilezza? Come vibriamo la compassione? Come vibriamo la presenza?

Per me la fascia e la vibrazione sono profondamente collegate. E credo che rappresentino una delle frontiere più importanti della comprensione umana nei prossimi anni.

Il corpo come porta verso il risveglio

Evi: Quindi il corpo può essere un veicolo per il risveglio?

Tew: Deve esserlo. Ecco perché considero pratiche come il Tai Chi, il Qigong e tutte le forme di lavoro corporeo consapevole così importanti. Non sono semplicemente esercizi. Non sono attività complementari. Sono vie dirette di trasformazione. Per troppo tempo la nostra cultura ha privilegiato un approccio dall’alto verso il basso. Prima il pensiero, prima il concetto, prima la comprensione mentale. Poi, forse, il corpo. Ma la realtà potrebbe essere esattamente l’opposto. Potremmo scoprire che il corpo comprende prima della mente, che conosce prima della mente. Che il corpo può aprire porte che il pensiero da solo non riesce nemmeno a vedere.

Quando iniziamo dal corpo, tutto diventa più semplice. Più naturale. Più autentico.

Un messaggio per le future generazioni

Evi: Quale messaggio vorresti lasciare ai giovani e alle generazioni future?

Tew: Non credo di avere parole particolarmente sagge da offrire. Ma vorrei citare ancora una volta Jane Goodall. Speranza. Manteniamo viva la speranza. Non una speranza ingenua. Non una fantasia, non un ottimismo superficiale. Parlo della speranza come energia. Della speranza come forza che continua a muoverci. Continuiamo a fare ciò che possiamo fare, continuiamo a piantare piccoli semi, continuiamo ad agire.

La disperazione non aiuta. Non aiuta noi. Non aiuta il mondo.

La speranza è mantenere vivo il proprio scopo. È continuare a servire anche quando non vediamo immediatamente i risultati. È continuare a credere che ogni gesto abbia valore e continuare a fare del proprio meglio. Ogni giorno. Ancora e ancora.

Conclusione

Ascoltando Tew Bunnag emerge con chiarezza che il Bodhisattva non è una figura mistica né un ideale irraggiungibile. Non è qualcuno che salva il mondo. Non è qualcuno che ha eliminato ogni paura. E non è qualcuno che ha raggiunto una perfezione morale.

È qualcuno che continua. Qualcuno che continua a scegliere la gentilezza quando sarebbe più facile chiudersi. Qualcuno che continua a scegliere la compassione quando sarebbe più facile giudicare. Che continua a servire anche quando il mondo sembra non cambiare. È qualcuno che continua ad amare un mondo che non può aggiustare.

Forse il cuore di questo insegnamento è racchiuso proprio qui. Non nel raggiungere una meta. Ma nel continuare a camminare. Con presenza, con coraggio, con umiltà. Con il cuore aperto. E con la disponibilità, ogni giorno, a piantare un altro piccolo seme di consapevolezza, di compassione e di speranza.

Leggi anche: le precedenti interviste di Tew Bunnag

 

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