Corpo ⁄ Mente ⁄ Relazioni

La bellezza nelle piccole cose: perché non riusciamo più a vederla

Ci sono periodi in cui mi accorgo che sto attraversando le mie giornate senza guardarle davvero. Faccio le cose che devo fare, lavoro, rispondo ai messaggi, organizzo, penso a ciò che verrà dopo. Magari porto fuori i cani, passo accanto agli stessi alberi, incontro persone, sento il vento sulla pelle. Tutto è lì, eppure una parte di me è già altrove.

Poi capita qualcosa di semplicissimo. Una luce particolare tra le foglie. Un animale che mi guarda. Un fiore nato dove non mi aspettavo di trovarlo. Il cielo che cambia improvvisamente colore. Uno sconosciuto che mi saluta per strada. E per qualche secondo mi fermo.

Non è successo niente di straordinario, eppure qualcosa cambia. È come se tornassi dentro la mia vita.

Mi sono chiesta molte volte quanta bellezza attraversiamo ogni giorno senza riuscire più a vederla. Forse siamo diventati così abituati a cercare qualcosa di eccezionale che ciò che è semplice non riesce più a catturare la nostra attenzione. O forse siamo semplicemente troppo occupati. Abbiamo così tante cose da fare, pensare, risolvere e raggiungere che il nostro sguardo passa continuamente da una cosa all’altra senza fermarsi abbastanza a lungo da incontrarne davvero una.

Eppure la bellezza nelle piccole cose non è scomparsa. È ancora lì. Ciò che spesso manca è la nostra presenza.

Quando la vita diventa qualcosa da portare a termine

Molte delle nostre giornate iniziano già proiettate nel futuro. Apriamo gli occhi e pensiamo a ciò che dobbiamo fare. Mentre facciamo colazione controlliamo il telefono. Durante un’attività stiamo già pensando alla successiva. Parliamo con qualcuno e una parte della nostra attenzione è altrove. Anche nei momenti di pausa sentiamo spesso il bisogno di riempire immediatamente lo spazio con uno schermo, una notizia, una voce, qualcosa da guardare.

Non credo che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo. Viviamo vite complesse, abbiamo responsabilità e il mondo in cui ci muoviamo sollecita continuamente la nostra attenzione. Il problema nasce quando questo modo di funzionare diventa l’unico che conosciamo. Quando il fare occupa così tanto spazio che non rimane quasi più nulla per il sentire.

Possiamo allora arrivare alla sera stanchi per tutto ciò che abbiamo fatto, ma con la strana sensazione di non aver realmente abitato la giornata. E se questa modalità si ripete abbastanza a lungo, può accadere qualcosa di ancora più profondo: perdiamo il contatto con ciò che per noi è veramente importante.

Non perché non lo sappiamo. In qualche parte di noi probabilmente lo sappiamo benissimo. Ma il rumore delle urgenze può diventare così forte da coprire ciò che è essenziale.

Il Buddha e una pratica sorprendentemente semplice

Mudra del Buddha dell'assenza di paura o Abhaya Mudra

Una delle cose che mi ha sempre colpito degli insegnamenti del Buddha è quanto spesso la pratica ritorni a qualcosa di estremamente concreto: il corpo.

Nel Satipatthana Sutta, uno dei testi fondamentali sulla presenza mentale, troviamo un invito apparentemente semplicissimo: quando camminiamo, sapere che stiamo camminando; quando siamo seduti, sapere che siamo seduti; quando siamo in piedi, essere consapevoli di essere in piedi. Anche il respiro e i gesti ordinari del corpo diventano luoghi della pratica.

A leggerlo velocemente si potrebbe pensare: ma certo che so di stare camminando quando cammino.

Eppure basta osservarci durante una giornata normale per scoprire che non è così scontato. Il corpo cammina, ma la mente è già arrivata a destinazione. Il corpo mangia, mentre gli occhi guardano uno schermo. Il corpo è sotto la doccia, mentre noi ripercorriamo una conversazione di ieri o prepariamo mentalmente quella di domani.

Il corpo ha una caratteristica meravigliosa: non può vivere ieri e non può vivere domani. Respira adesso. Appoggia il piede a terra adesso. Sente caldo, freddo, tensione, piacere, stanchezza adesso. Per questo tornare al corpo significa inevitabilmente tornare, almeno per un momento, a ciò che sta realmente accadendo. Ed è da qui che può ricominciare anche la nostra capacità di vedere.

Thich Nhat Hanh e la meraviglia dell’ordinario

Thich Nhat Hanh ha portato questa stessa qualità di presenza dentro i gesti più semplici della vita quotidiana. Nei suoi insegnamenti troviamo continuamente il camminare, respirare, bere il tè, mangiare, lavare i piatti. Gesti che normalmente consideriamo mezzi per arrivare a qualcos’altro diventano esperienze complete quando siamo realmente presenti.

La sua pratica della camminata consapevole mi ha sempre toccato proprio per questo. Camminiamo continuamente, eppure molto raramente camminiamo soltanto per camminare. Normalmente camminiamo per andare da qualche parte. La destinazione diventa importante e i passi che ci separano da essa quasi un tempo morto da attraversare.

Thich Nhat Hanh invitava invece a sentire ogni passo, il contatto del piede con la terra, il respiro, il corpo che si sposta. A non sacrificare il cammino alla destinazione.

Questa idea va molto oltre la meditazione camminata. Quante volte sacrifichiamo ciò che stiamo vivendo a ciò che verrà dopo? Aspettiamo il fine settimana, le vacanze, la fine di un periodo difficile, un nuovo lavoro, una nuova relazione, una condizione migliore. Ci diciamo che saremo tranquilli quando avremo risolto quella cosa, che avremo tempo quando quest’altra sarà finita.

Nel frattempo, però, passa la vita.

Forse uno degli insegnamenti più profondi della presenza è proprio questo: la vita ordinaria non è l’intervallo tra i momenti importanti. È la nostra vita.

meditazione camminata - camminata consapevole - mindful walking

Perché non vediamo più ciò che abbiamo davanti

C’è anche un altro aspetto che trovo interessante. Non perdiamo di vista soltanto le cose perché siamo impegnati. Smettiamo di vederle anche perché diventano familiari. Ci abituiamo alla nostra casa. Al paesaggio fuori dalla finestra. Alla persona che dorme accanto a noi. Alla voce di un amico. Al nostro cane che viene a cercarci. Persino al nostro corpo.

Ciò che è sempre presente smette facilmente di attirare la nostra attenzione. E paradossalmente possiamo iniziare a dare più valore a ciò che ci manca che a ciò che accompagna silenziosamente ogni nostra giornata. Forse è anche per questo che a volte una perdita ci scuote così profondamente. Improvvisamente vediamo il valore di qualcosa che, finché era presente, avevamo smesso di guardare.

La pratica della consapevolezza può aiutarci a non aspettare di perdere qualcosa per riconoscerne la bellezza. Non deve necessariamente mostrarci cose nuove. Può insegnarci a guardare nuovamente ciò che pensavamo di conoscere già.

Iscriviti alla Ruota della Consapevolezza – Un programma quotidiano di studio e pratica consegnato direttamente nella tua casella di posta.

Il movimento consapevole ci insegna a vedere attraverso il corpo

È qui che per me entra profondamente il movimento consapevole. Quando muoviamo il corpo automaticamente, possiamo fare anche gesti complessi senza essere realmente in contatto con ciò che accade. Ma quando rallentiamo abbastanza da sentire, cambia tutto. Percepiamo il peso che passa da un piede all’altro, una parte della colonna che improvvisamente ritrova spazio, il respiro che si apre, una tensione che non avevamo notato, il piacere semplice di allungarci o di lasciare che il corpo trovi spontaneamente una direzione.

Non dobbiamo necessariamente fare qualcosa di spettacolare. A volte è proprio un movimento piccolissimo a farci sentire di nuovo vivi. La differenza non è tanto nel gesto, quanto nella qualità con cui lo viviamo.

Quando insegno movimento consapevole, non mi interessa soltanto che una persona diventi più mobile, coordinata o forte. Tutte queste qualità sono importanti, naturalmente, ma per me sono parte di qualcosa di più grande. Mi interessa che attraverso il movimento una persona possa tornare a sentire se stessa. Perché quando iniziamo a sentire, iniziamo anche a vedere.

Vedere la bellezza dentro di noi

Una delle prime cose che possiamo scoprire riguarda il modo in cui guardiamo il nostro corpo. Molti di noi hanno imparato a osservarlo soprattutto dall’esterno. Lo guardiamo allo specchio e immediatamente valutiamo: questo mi piace, questo dovrebbe cambiare, qui sono troppo, lì sono troppo poco. Anche il movimento può diventare facilmente un altro strumento con cui tentiamo di correggerci.

Quando però iniziamo ad abitare il corpo dall’interno, la prospettiva cambia.

Il corpo non è più soltanto la sua forma. Diventa calore, respiro, peso, forza, vulnerabilità, piacere, tensione, energia. Scopriamo quante cose accadono continuamente dentro di noi senza che ce ne rendiamo conto. Possiamo allora iniziare ad avere una relazione diversa con il corpo. Non necessariamente perché improvvisamente ci piace tutto ciò che vediamo, ma perché smettiamo di ridurlo a ciò che vediamo.

Forse la bellezza in noi stessi comincia anche da qui: dalla capacità di riconoscere la vita che ci attraversa prima ancora di giudicarne la forma.

Quando cambiamo sguardo, cambiano anche gli altri

psicologia spirituale

Questa qualità non rimane confinata al corpo. Lentamente entra nelle relazioni. Quando siamo molto presi da noi stessi, dalle nostre preoccupazioni o dalle nostre aspettative, tendiamo a vedere gli altri attraverso filtri già costruiti. Il partner diventa ciò che non fa. Un familiare diventa la storia che abbiamo con lui. Un collega diventa il comportamento che ci irrita. Uno sconosciuto può diventare un giudizio formulato in pochi secondi.

La presenza non cancella i problemi e non significa che dobbiamo accettare tutto. Ma crea uno spazio tra ciò che accade e la nostra reazione automatica.

E in quello spazio possiamo vedere qualcosa in più. Possiamo percepire la fragilità dietro una rigidità, la paura dietro una reazione, la stanchezza dietro una parola brusca. Possiamo anche accorgerci di un gesto gentile che avremmo dato per scontato, di uno sguardo, di una mano che cerca la nostra.

Vedere la bellezza negli altri non significa idealizzarli. Significa permettere loro di essere qualcosa di più della nostra interpretazione.

Vedere la bellezza non significa negare ciò che fa male

Questo per me è molto importante. Parlare di bellezza nelle piccole cose non significa costruire una versione romantica della vita in cui dobbiamo trovare qualcosa di positivo in ogni situazione.

Ci sono momenti dolorosi. Ci sono perdite, separazioni, malattie, paure, fallimenti, solitudine. Ci sono passaggi in cui non abbiamo nessuna voglia di guardare un fiore e pensare che la vita sia meravigliosa. Il Buddha stesso parte dalla realtà della sofferenza, non dalla sua negazione.

La presenza non serve a coprire il dolore. Serve a permetterci di stare davanti alla realtà senza ridurla a una sola parte.

Posso attraversare un momento difficile e, nello stesso giorno, sentire la bellezza del cielo. Posso essere triste e ricevere conforto dalla presenza di un animale. Posso avere paura e sentire comunque la terra sotto i piedi. Posso perdere qualcosa e, insieme al dolore, provare una gratitudine enorme per averla avuta nella mia vita.

Una cosa non cancella l’altra.

Thich Nhat Hanh usava spesso l’immagine del compost e del fiore: ciò che si decompone può diventare nutrimento per una nuova fioritura. È un’immagine che amo perché non ci chiede di chiamare fiore ciò che fa male. Ci ricorda che la vita sa trasformare, e che anche ciò che attraversiamo può diventare comprensione, profondità e compassione.

La bellezza non elimina la sofferenza. Ci impedisce di dimenticare che la sofferenza non è tutta la vita.

Calendario eventi, ritiri ed esperienze di consapevolezza

Il corpo conosce già il cambiamento

Osservando il corpo possiamo imparare anche un’altra cosa.

Per camminare perdiamo continuamente l’equilibrio e lo ritroviamo. Spostiamo il peso, lasciamo un appoggio e ne troviamo un altro. Per respirare ci riempiamo e ci svuotiamo. Per muoverci dobbiamo lasciare una posizione e attraversare uno spazio in cui la forma precedente non esiste più e quella successiva non è ancora completamente arrivata.

Il corpo non considera tutto questo un problema. È semplicemente movimento. Noi, invece, cerchiamo spesso di trattenere le forme della nostra vita. Vorremmo che una relazione rimanesse uguale, che il nostro corpo non cambiasse, che una situazione piacevole durasse, che ciò che conosciamo continuasse a darci sicurezza. Eppure tutto cambia.

Il movimento consapevole può diventare un luogo in cui impariamo, molto concretamente, che l’equilibrio non consiste nel mantenere tutto fermo. Consiste nella capacità di rispondere al cambiamento senza perdere completamente il contatto con il nostro centro.

Forse anche la bellezza nasce dalla consapevolezza che le cose non saranno qui per sempre.

Un tramonto dura pochi minuti. Un fiore appassisce. Le stagioni cambiano. Il corpo cambia. Le persone entrano ed escono dalla nostra vita. Proprio perché un momento non può essere trattenuto, possiamo imparare a esserci mentre accade.

La bellezza ci ricorda anche le nostre priorità

pensare come una foresta - la natura ci insegna a vivere

Quando torniamo al corpo e recuperiamo sensibilità, iniziamo inevitabilmente a vedere con più chiarezza anche come stiamo utilizzando la nostra vita. Possiamo accorgerci che dedichiamo ore a cose che ci lasciano svuotati e pochissimo tempo a ciò che diciamo di amare. Possiamo scoprire che siamo sempre disponibili per tutti tranne che per noi stessi, oppure che continuiamo a riempire ogni momento perché il silenzio ci mette a disagio.

La consapevolezza non ci consegna una lista delle priorità corrette. Ci pone però davanti a domande che non sempre possiamo continuare a evitare.

Dove sto mettendo la mia energia? A cosa sto dando il mio tempo? Le mie giornate assomigliano almeno un po’ a ciò che considero importante?

Sono domande semplici, ma possono cambiare molte cose. Perché la vita che diciamo di volere è fatta, alla fine, delle piccole scelte che ripetiamo ogni giorno.

Un piccolo esperimento: guardare di nuovo

Puoi provare una pratica molto semplice, anche adesso.

Fermati per qualche minuto. Se puoi, alzati e senti i piedi sul pavimento. Non pensare ai piedi: percepisci realmente il contatto con la terra. Lascia che il peso si sposti lentamente da una parte all’altra e osserva come tutto il corpo risponde. Non cercare di fare un esercizio. Lascia che nasca un movimento semplice. Puoi permettere alle braccia di seguirlo, alla colonna di partecipare, al respiro di trovare il proprio ritmo. Per qualche minuto non c’è nulla da raggiungere.

Poi fermati. Rimani in ascolto per qualche respiro e guarda intorno a te.

Scegli qualcosa che normalmente non noteresti: la luce su una parete, le tue mani, una pianta, un oggetto che è lì da anni, il cielo fuori dalla finestra. Guardalo come se non lo avessi mai visto.

E poi chiediti:

Che cosa c’è nella mia vita che è diventato così familiare da essere diventato invisibile?

Non cercare immediatamente una risposta. Lascia che la domanda ti accompagni.

Forse la bellezza non è lontana

trovare la bellezza nelle piccole cose

Più pratico, più mi sembra che una parte importante del nostro percorso non consista nell’aggiungere continuamente qualcosa. Abbiamo già moltissimo. Forse dobbiamo imparare a essere abbastanza presenti da accorgercene.

Possiamo desiderare di crescere, cambiare, viaggiare, creare, migliorare alcune condizioni della nostra vita. Non c’è niente di sbagliato nel desiderio di movimento. Ma se non sviluppiamo la capacità di essere presenti, rischiamo di arrivare in ogni nuovo luogo portando con noi la stessa distrazione.

Possiamo andare dall’altra parte del mondo e non vedere nulla. Oppure possiamo uscire dalla porta di casa e incontrare qualcosa che ci commuove. È questo che ritrovo tanto negli antichi insegnamenti del Buddha quanto nella semplicità con cui Thich Nhat Hanh li ha riportati nella vita quotidiana: tornare qui. Al respiro che sta avvenendo. Al passo che stiamo facendo. Al corpo che stiamo abitando. Alla persona che abbiamo davanti. Ed è anche ciò che cerco attraverso il movimento consapevole.

Non muovere il corpo soltanto per renderlo più forte, flessibile o capace. Muoverlo per sentirlo. Sentirlo per conoscerci. Conoscerci per diventare un po’ più presenti alla nostra vita.

Perché quando torniamo veramente presenti, qualcosa nello sguardo cambia. Vediamo un po’ di più la persona che abbiamo accanto. Ci accorgiamo del corpo che ci sostiene ogni giorno. Sentiamo il vento. Guardiamo un animale negli occhi. Notiamo il sapore di ciò che mangiamo, una mano che ci tocca, il colore del cielo mentre torniamo a casa. E magari scopriamo che la bellezza nelle piccole cose non è affatto piccola.

È soltanto silenziosa.

Non reclama la nostra attenzione, non manda notifiche e non ci insegue. Rimane lì, disponibile, mentre noi corriamo da una cosa all’altra. Sta a noi fermarci abbastanza da incontrarla. Forse oggi non serve cambiare nulla. Forse possiamo semplicemente respirare, sentire il corpo e guardare ancora una volta ciò che abbiamo davanti.

Potremmo accorgerci che la vita che stavamo cercando di raggiungere era già iniziata.

Offerte e proposte per TE:

Tags:
Impostazioni della Privacy
Nome Abilitato
Cookies
Utilizziamo i cookie per offrirti un'esperienza migliore sul sito web.
Google Analytics
Monitoriamo in forma anonimizzata le informazioni dell'utente per migliorare il nostro sito web.
x

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza online. Puoi accettare o rifiutare la richiesta in conformità della legge europea GDPR